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Barbie: Simbolo di Femminilità e Oggetto di Strategie Commerciali

Barbie: Icona Femminile in Evoluzione – Un’Analisi Sociale e Psicologica

Nel tessuto sociale dei decenni passati, Barbie si è distinta come un simbolo di emancipazione e cambiamento, sfidando i canoni tradizionali e aprendo nuove prospettive per le giovani menti. La sua creazione da parte di Ruth Handler ha rappresentato una svolta, rompendo gli schemi preesistenti che relegavano le bambine a ruoli stereotipati di madre e casalinga. Barbie, con il suo corpo adulto e le sue ambizioni di carriera, ha offerto alle bambine un’alternativa, un’opportunità di immaginare un futuro diverso, più ricco di possibilità.

Tuttavia, nel corso degli anni, l’icona di Barbie ha suscitato dibattiti e critiche, soprattutto per il suo impatto sulla salute mentale e fisica delle sue giovani fan. I suoi tratti fisici perfetti e irrealistici, insieme al guardaroba invidiabile, hanno contribuito a perpetuare standard di bellezza irraggiungibili, alimentando insicurezze e pressioni sulle ragazze.

La risposta di Mattel nel presentare una gamma più diversificata di bambole nel 2016 è stata un passo significativo verso l’inclusione e la rappresentazione della diversità. Tuttavia, le critiche non sono mancate, evidenziando come anche in questa forma di diversità, la rappresentazione rimanga idealizzata e distorta. La Barbie “curvy” potrebbe essere considerata formosa all’interno del mondo delle bambole, ma resta comunque molto magra rispetto agli standard reali.

La società, attraverso le sue icone come Barbie, riflette e influenza i valori e le aspettative dei suoi membri. L’evoluzione di Barbie rappresenta un riflesso dei cambiamenti sociali e culturali, ma allo stesso tempo evidenzia le sfide ancora presenti nel promuovere una vera accettazione di sé e del proprio corpo.

In conclusione, Barbie, con i suoi alti e bassi, rimane un’entità complessa che ha plasmato e subito l’evoluzione della società.

L’evoluzione della corpulenza di Barbie è stata un processo complesso, ma Mattel ha dimostrato una maggiore prontezza nell’espandere la gamma di carnagioni delle sue bambole. Dopo Christi, la prima bambola non bianca introdotta nel 1968 per sostenere la diversità, nel corso degli anni sono emerse diverse bambole che celebravano la pluralità all’interno del mondo Barbie. A partire dal 1980, Mattel ha introdotto le prime bambole con nomi diversi dalla classica Barbie caucasica bionda, includendo una ispanica e una nera.

Successivamente, Mattel ha sviluppato bambole con capelli folti e lunghi, senza capelli, con vitiligine, protesi e persino una sedia a rotelle con rampa di accesso… Finalmente, Barbie ha abbracciato il cambiamento.

Fin dalla sua introduzione sul mercato nel 1959, la celebre bambola è stata criticata per promuovere standard estetici irrealistici anticipando la tendenza verso una fisicità esile e snella degli anni ’60. Tra le contestazioni più frequenti, c’era l’accusa di perpetuare stereotipi di genere, lontani dall’intento originale della sua creatrice. Ruth Handler ideò Barbie come un’alternativa al tradizionale bambolotto da accudire, offrendo un’opzione di gioco che la figlia Barbara, poco interessata a simulare la maternità, avrebbe potuto apprezzare.

Nonostante nei primi decenni mantenesse una taglia XS “perfetta”, Barbie è sempre stata associata alla capacità di fare (quasi) tutto. Prima ancora dell’allunaggio nel 1969, Barbie era già un’astronauta, anticipando i progressi spaziali. E se nel 2025 Barbie dovesse comunicare messaggi subliminali erotici attraverso il suo corpo?

Vent’anni dopo, in TV con lo spot “Noi Ragazze Possiamo Fare Tutto”, compare la “Day-to-Night Barbie”. Vestita prima in tailleur rosa e poi in un luminoso abito dello stesso colore, dimostra di poter realizzare ogni suo desiderio.

Barbie contro il Dream Gap
Ha ricoperto ruoli da presidente, giocatrice di basket, dottoressa, insegnante e molti altri, ma nonostante più di 300 professioni in sessantadue anni di storia, le controversie sui presunti stereotipi di genere legati all’icona Mattel non si sono placate.

Nel 2010 è stata lanciata la collezione di libri “Barbie Posso Essere…”, che la mostra in vari contesti lavorativi. Un’iniziativa apparentemente positiva, se non fosse per il libro con Barbie ingegnere informatico, che si è rivelato estremamente sessista: Barbie era più che altro incompetente nel suo lavoro e aveva bisogno dell’aiuto dei suoi due colleghi – ovviamente uomini – per raggiungere il suo obiettivo.

L’unica maniera di leggere su una Barbie informatica veramente indipendente è visitare il sito “Feminist Hacker Barbie”, che corregge le imperfezioni della versione di Mattel.

Nel 2019 Barbie si riscatta. Viene lanciato il sito ufficiale del “Progetto Barbie Dream Gap”, in collaborazione con Andrei Cimpian, Professore Associato di Psicologia presso l’Università di New York.

Questo progetto, con l’intento di ridurre il divario tra le donne e il loro vero potenziale, offre finanziamenti e borse di studio ricavati dalla vendita di bambole ispirate a donne di successo, per incoraggiare le bambine a perseguire i propri sogni, indipendentemente da quale siano.

In questo contesto, si evidenzia come la figura di Barbie, da icona controversa a promotrice dell’empowerment femminile, giochi un ruolo significativo nella rappresentazione e nella lotta contro gli stereotipi di genere nella società contemporanea.

La sua trasformazione da simbolo di superficialità a strumento di ispirazione per le giovani generazioni riflette l’evoluzione dei valori sociali e l’importanza di promuovere l’uguaglianza di opportunità e il pieno sviluppo del potenziale delle donne.

La sua storia ci invita a riflettere sull’importanza della rappresentazione inclusiva e realistica, non solo nei giocattoli, ma in tutti gli ambiti della vita, per favorire una cultura dell’accettazione e dell’amore verso se stessi e gli altri.